Stanca di immobilità.
Torneremo a scorrere.
Il cambiamento non è mai doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è. Siddharta Gautama Buddha
domenica 30 ottobre 2016
martedì 25 ottobre 2016
Io
Sei tutti i ti amo che non ho detto.
Sei tutta la vita che non ho vissuto.
Sei tutta la vita che voglio.
Sei tu.
Sei tutta la vita che non ho vissuto.
Sei tutta la vita che voglio.
Sei tu.
lunedì 24 ottobre 2016
Al mercato del pesce
Anche i più calano la maschera e le verità vengono a galla, i nodi giungono al pettine e di notte tutti i gatti sono bigi.
Insomma c'è stato da divertirsi.
La settimana prossima sarà la settimana della mentecatta: sono aperte le iscrizioni.
giovedì 20 ottobre 2016
Ma cosa hai fatto?!?!
Che fatica percepirsi...
Io ci ho messo del mio: dovevo fare qualcosa per me stessa e ho creato il cambiamento grande, veramente molto grande a quanto pare, anche se ancora non ne sono così convinta.
Avrei bisogno degli occhi di qualcuno a cui credo e di cui mi fido, perchè da sola vedersi è veramente dura.
Il cambiamento fisico deve diventare anche mentale, ed è paradossalmente la fatica più grande il superare la distorsione della realtà, o la troppa abitudine a vedere un certo tipo di realtà, per cominciare a capire quella nuova.
Però, poi, mi chiedo cosa autorizzi tutti, e ti giuro tutti, estranei o semplici conoscenti, gente con cui al massimo ho condiviso un saluto per strada o a volte neanche quello, a fermarmi, chiedermi, sommergermi di domande o, peggio ancora, pareri e spiegazioni (loro a me!) non richiesti.
Con tutto il rispetto e per il fatto che ancora riesco a sorridere ed a rispondere in modo gentile a tutti, per ora resisto, ma non so quanto potrò andare avanti.
Non si rendono conto di quanto sia difficile starli ad ascoltare, di quanto ti mettano a disagio e di quanto fastidio ti provochino. Non sanno quanto dolore aggiungono al dolore.
Cosa accidente ne sanno del perché l'ho fatto, di chi sono e di cosa mi passa per la testa? Cosa ne sanno della fatica a vedersi, ad accettarsi, che assurdamente appartiene all'adesso, ma non così tanto al prima?
Cosa accidente importa loro di me? Da quando?
Nessuno si ferma davanti a nulla.
E io, che già sono a terra di mio, devo lottare per non sprofondare.
Così, fanculo, ogni tanto qualche regalo me lo faccio anch'io....
Shopping is cheaper that a psychiatrist.
Il prossimo che mi rifila lo spiegone paga per tutti.
Io ci ho messo del mio: dovevo fare qualcosa per me stessa e ho creato il cambiamento grande, veramente molto grande a quanto pare, anche se ancora non ne sono così convinta.
Avrei bisogno degli occhi di qualcuno a cui credo e di cui mi fido, perchè da sola vedersi è veramente dura.
Il cambiamento fisico deve diventare anche mentale, ed è paradossalmente la fatica più grande il superare la distorsione della realtà, o la troppa abitudine a vedere un certo tipo di realtà, per cominciare a capire quella nuova.
Però, poi, mi chiedo cosa autorizzi tutti, e ti giuro tutti, estranei o semplici conoscenti, gente con cui al massimo ho condiviso un saluto per strada o a volte neanche quello, a fermarmi, chiedermi, sommergermi di domande o, peggio ancora, pareri e spiegazioni (loro a me!) non richiesti.
Con tutto il rispetto e per il fatto che ancora riesco a sorridere ed a rispondere in modo gentile a tutti, per ora resisto, ma non so quanto potrò andare avanti.
Non si rendono conto di quanto sia difficile starli ad ascoltare, di quanto ti mettano a disagio e di quanto fastidio ti provochino. Non sanno quanto dolore aggiungono al dolore.
Cosa accidente ne sanno del perché l'ho fatto, di chi sono e di cosa mi passa per la testa? Cosa ne sanno della fatica a vedersi, ad accettarsi, che assurdamente appartiene all'adesso, ma non così tanto al prima?
Cosa accidente importa loro di me? Da quando?
Nessuno si ferma davanti a nulla.
E io, che già sono a terra di mio, devo lottare per non sprofondare.
Così, fanculo, ogni tanto qualche regalo me lo faccio anch'io....
Shopping is cheaper that a psychiatrist.
Il prossimo che mi rifila lo spiegone paga per tutti.
lunedì 17 ottobre 2016
Ma io sono un contrattempo?
Eh....niente....
Come ci si toglie la sensazione di essere stati buttati via?
Di nuovo....
Come ci si toglie la sensazione di essere stati buttati via?
Di nuovo....
mercoledì 18 maggio 2016
Guadagnati le scuse
Ho scoperto che, se tu aspetti un pacco da un corriere, non è detto che tu lo riceva all'indirizzo che hai richiesto. Può tranquillamente accadere che nell'esito della consegna tu veda scritto un nome sconosciuto e, se telefoni al servizio clienti del corriere, ti senta rispondere che il pacco è stato consegnato ad una signora che dice di conoscerti, ma il cui nome per te è un mistero.
Ma che vuoi che sia? Prenditi il numero di cellulare della signora, così la chiami e ti metti d'accordo su dove andare a ritirare il tuo pacco! Se ti rifiuti con decisione, sostenendo che l'autista che ha fatto il danno è tenuto a ripararlo, cominci già a passare un po' dalla parte del torto.
A quel punto, soprattutto dopo che la signora che ha ritirato al posto tuo ti racconta di aver incontrato il corriere a sette chilometri da casa tua e di aver ceduto alla sua insistenza di prendere anche altri pacchi di persone conosciute, tu apri una bella pratica di reclamo.
È lì che comincia il bello: ricordati che sì, l'autista ha sbagliato, per carità, ma che il vero errore grave è stato della signora che ha accettato il pacco. Così il front-desk della filiale di zona della ditta di spedizioni ti assicura di averla contattata per diffidarla dall'accettare pacchi di altre persone.
Nel frattempo ti chiama tuo fratello per dirti che anche un suo pacco è stato consegnato ad un nome mai sentito e che ha dovuto passare il pomeriggio a rincorrere questo signore da un posto all'altro, ma che vuoi che sia?!
Tu cominci ad arrabbiarti ed a sentirti un filino presa in giro e allora, dopo tre telefonate e due e-mail in cui hai sentito e letto un sacco di idiozie, ma non hai ricevuto neppure l'ombra di una parola di scusa, scrivi per l'ennesima volta quello che è ovvio: l'autista ha, come sua abitudine, pare, tentato il solito colpaccio e non devono permettersi di recriminare alcunchè alla signora che ha ricevuto il pacco. La ditta di spedizioni ha sbagliato ed è vergognoso ciò che sta accadendo. Non sia mai! Adesso quella che ha completamente torto sei tu e ti permetti ancora di parlare e la simpaticona del servizio clienti, invece di scusarsi, ti aggredisce verbalmente!
Questo accadeva la settimana scorsa: ho concluso informando la ditta da cui aspettavo il pacco di quanto accaduto e il referente, gentilissimo, ha fatto a sua volta reclamo.
Temo che dire al servizio clienti che in futuro mi guarderò bene dall'ordinare da siti che usino loro come ditta di spedizioni non basti, ma mi conosco e così sarà.
E comunque nessuno si è veramente scusato.
Ma che vuoi che sia? Prenditi il numero di cellulare della signora, così la chiami e ti metti d'accordo su dove andare a ritirare il tuo pacco! Se ti rifiuti con decisione, sostenendo che l'autista che ha fatto il danno è tenuto a ripararlo, cominci già a passare un po' dalla parte del torto.
A quel punto, soprattutto dopo che la signora che ha ritirato al posto tuo ti racconta di aver incontrato il corriere a sette chilometri da casa tua e di aver ceduto alla sua insistenza di prendere anche altri pacchi di persone conosciute, tu apri una bella pratica di reclamo.
È lì che comincia il bello: ricordati che sì, l'autista ha sbagliato, per carità, ma che il vero errore grave è stato della signora che ha accettato il pacco. Così il front-desk della filiale di zona della ditta di spedizioni ti assicura di averla contattata per diffidarla dall'accettare pacchi di altre persone.
Nel frattempo ti chiama tuo fratello per dirti che anche un suo pacco è stato consegnato ad un nome mai sentito e che ha dovuto passare il pomeriggio a rincorrere questo signore da un posto all'altro, ma che vuoi che sia?!
Tu cominci ad arrabbiarti ed a sentirti un filino presa in giro e allora, dopo tre telefonate e due e-mail in cui hai sentito e letto un sacco di idiozie, ma non hai ricevuto neppure l'ombra di una parola di scusa, scrivi per l'ennesima volta quello che è ovvio: l'autista ha, come sua abitudine, pare, tentato il solito colpaccio e non devono permettersi di recriminare alcunchè alla signora che ha ricevuto il pacco. La ditta di spedizioni ha sbagliato ed è vergognoso ciò che sta accadendo. Non sia mai! Adesso quella che ha completamente torto sei tu e ti permetti ancora di parlare e la simpaticona del servizio clienti, invece di scusarsi, ti aggredisce verbalmente!
Questo accadeva la settimana scorsa: ho concluso informando la ditta da cui aspettavo il pacco di quanto accaduto e il referente, gentilissimo, ha fatto a sua volta reclamo.
Temo che dire al servizio clienti che in futuro mi guarderò bene dall'ordinare da siti che usino loro come ditta di spedizioni non basti, ma mi conosco e così sarà.
E comunque nessuno si è veramente scusato.
sabato 2 aprile 2016
Un sabato qualunque
La dura lotta del sabato pomeriggio tra quaderni e verifiche da correggere e la mia aggressivissima bici lilla finisce sulla ciclabile, ovviamente!
Pedala e pedala, chi ti trovo a passeggiare?
Ebbene sì, due colleghe, una dell'infanzia ed una della primaria, due spremutone di neuroni senza pari.
Ricordando le più banali regole della buona creanza, mi fermo a chiacchierare.
Dopo la carrellata di argomenti di routine, il caldo, il tempo, l'aria, l'acqua, si passa a parlare di scuola. La mia capacità di sopportare il loro berciare si esaurisce in un nanosecondo.
In un estremo tentativo di liquidarle, io: "Sarebbe stato un peccato restare a casa con una giornata così, ma ora scappo, perchè ho un pacco di verifiche e un pacco di quaderni da correggere, così mi libero per domani che dovrò programmare."
Una delle due geniali: "Eh, beata te che non hai figli e puoi startene in giro!".
No, ma ho appena detto che vado a casa a lavorare...e poi voi cosa state facendo, di grazia?
L'altra, per la cronaca due figli quasi trentenni: "Eh ma noi alla primaria...eh sì...abbiamo molto da fare a casa, io piuttosto correggo di notte, ma il week end mi rifiuto di lavorare!".
Io: "No, io la sera non riesco a lavorare, sono troppo stanca e non rendo...devo per forza usare i week end se voglio restare in pari, soprattutto quando in settimana ho riunioni o corsi d'aggiornamento",
"Eh beh sì, si vede che non hai altro da fare! D'altronde non hai figli!"
"È vero, però ho una vita! Buona passeggiata!"
Ora, io mi chiedo...ma è possibile permettersi di essere così gretti nei confronti degli altri?
Non sanno chi sono, cosa faccio o da dove vengo, però si permettono di spiegarmi il perchè.
Pratico yoga due sere alla settimana? Eh certo, non hai nient'altro da fare.
Mi iscrivo ai corsi di aggiornamento? Eh certo, non hai famiglia.
Mi piace pensare che nell'avere famiglia abbiano trovato un alibi per giustificare il loro fannullismo e
la loro incapacità, piuttosto che pensare di essere io sbagliata, anche perchè conosco fior di insegnanti che hanno figli e famiglia, ma sono attivissime nel lavoro.
Qui mi trovo davanti a gente che non apre un libro di pedagogia da quando la Montessori era ancora in vita. Se racconto quanto programmo e quanto studio, vengo guardata come un ufo...eh ma tanto non ho figli...
Vedo un numero enorme di colleghe che vive copiando anno dopo anno quaderni di colleghe o di annate precedenti, senza ritegno, e io ancora mi sconvolgo di veder girare quaderni del '91-'92.
A nessuno importa nulla di didattica, a quanto pare, ma questo sarebbe un, lunghissimo, capitolo a parte. L'importante è fare il meno possibile e dare la colpa all'aria, all'acqua e ai figli per la propria ignoranza.
Altro che aggiornamento: conosco una che con il bonus di 500 euro è corsa a comprarsi il computer "piccolino, così mi sta in cucina e posso scaricare le ricette del bimby"...giuro...
Vado a correggere.
Pedala e pedala, chi ti trovo a passeggiare?
Ebbene sì, due colleghe, una dell'infanzia ed una della primaria, due spremutone di neuroni senza pari.
Ricordando le più banali regole della buona creanza, mi fermo a chiacchierare.
Dopo la carrellata di argomenti di routine, il caldo, il tempo, l'aria, l'acqua, si passa a parlare di scuola. La mia capacità di sopportare il loro berciare si esaurisce in un nanosecondo.
In un estremo tentativo di liquidarle, io: "Sarebbe stato un peccato restare a casa con una giornata così, ma ora scappo, perchè ho un pacco di verifiche e un pacco di quaderni da correggere, così mi libero per domani che dovrò programmare."
Una delle due geniali: "Eh, beata te che non hai figli e puoi startene in giro!".
No, ma ho appena detto che vado a casa a lavorare...e poi voi cosa state facendo, di grazia?
L'altra, per la cronaca due figli quasi trentenni: "Eh ma noi alla primaria...eh sì...abbiamo molto da fare a casa, io piuttosto correggo di notte, ma il week end mi rifiuto di lavorare!".
Io: "No, io la sera non riesco a lavorare, sono troppo stanca e non rendo...devo per forza usare i week end se voglio restare in pari, soprattutto quando in settimana ho riunioni o corsi d'aggiornamento",
"Eh beh sì, si vede che non hai altro da fare! D'altronde non hai figli!"
"È vero, però ho una vita! Buona passeggiata!"
Ora, io mi chiedo...ma è possibile permettersi di essere così gretti nei confronti degli altri?
Non sanno chi sono, cosa faccio o da dove vengo, però si permettono di spiegarmi il perchè.
Pratico yoga due sere alla settimana? Eh certo, non hai nient'altro da fare.
Mi iscrivo ai corsi di aggiornamento? Eh certo, non hai famiglia.
Mi piace pensare che nell'avere famiglia abbiano trovato un alibi per giustificare il loro fannullismo e
la loro incapacità, piuttosto che pensare di essere io sbagliata, anche perchè conosco fior di insegnanti che hanno figli e famiglia, ma sono attivissime nel lavoro.
Qui mi trovo davanti a gente che non apre un libro di pedagogia da quando la Montessori era ancora in vita. Se racconto quanto programmo e quanto studio, vengo guardata come un ufo...eh ma tanto non ho figli...
Vedo un numero enorme di colleghe che vive copiando anno dopo anno quaderni di colleghe o di annate precedenti, senza ritegno, e io ancora mi sconvolgo di veder girare quaderni del '91-'92.
A nessuno importa nulla di didattica, a quanto pare, ma questo sarebbe un, lunghissimo, capitolo a parte. L'importante è fare il meno possibile e dare la colpa all'aria, all'acqua e ai figli per la propria ignoranza.
Altro che aggiornamento: conosco una che con il bonus di 500 euro è corsa a comprarsi il computer "piccolino, così mi sta in cucina e posso scaricare le ricette del bimby"...giuro...
Vado a correggere.
giovedì 31 marzo 2016
Ma adesso vieni a scuola in pantofole?
Il piccolo gigolò mi sta studiando da fashion blogger.
Si salvi chi può.
Si salvi chi può.
mercoledì 30 marzo 2016
Tanto rumore per nulla
Interno giorno.
Classe Terza.
Testo collaborativo a piccoli gruppi.
Un manipolo di facinorosi, invece di attendere al compito che è stato assegnato, chiacchiera indefessamente ormai da parecchio.
Io osservo, zen, per un po' da lontano.
Ad un certo punto smetto di autocompiacermi e di sdilinquirmi per la capacità di interagire dei pargoli, decido di riportare ordine ed operosità, visto che la discussione non accenna a terminare, e plano su di loro in modalità ira funesta.
"Voi cinque scioperati laggiù!!! Si può sapere quale sia l'argomento di tanto contendere?" (Ok...più o meno...).
Al che si gira una bimba dagli occhioni blu che mi annienta con un sorrisone: "No è che la mia mamma e il mio papà non sono sposati....Non si decidono a sposarsi!".
E io: "Mi stai dicendo che è mezz'ora che disquisite di matrimonio?"
"Sì! Io e mia sorella siamo nate anche se la mia mamma e il mio papà non si decidono a sposarsi."
Parte un mormorio di solidarietà, che si interrompe quando da un altro gruppo si leva la voce del piccolo uomo di mondo: "E cosa vuol dire? Anche mia zia e mio zio non sono sposati e hanno un figlio. Basta che due vanno d'accordo fra di loro e i bambini nascono lo stesso! Mio cugino sta benissimo!".
Si leva, quindi, un coro di approvazione generale.
A mettere tutti al loro posto arriva il piccolo gigolò, che chiosa:"Ma sì!!! Chissenefrega di sposarsi!!!!!!".
Andate voi a Palazzo Madama a spiegare che sarebbe bastato chiedere a diciassette mostri di otto anni?!?!?!
Classe Terza.
Testo collaborativo a piccoli gruppi.
Un manipolo di facinorosi, invece di attendere al compito che è stato assegnato, chiacchiera indefessamente ormai da parecchio.
Io osservo, zen, per un po' da lontano.
Ad un certo punto smetto di autocompiacermi e di sdilinquirmi per la capacità di interagire dei pargoli, decido di riportare ordine ed operosità, visto che la discussione non accenna a terminare, e plano su di loro in modalità ira funesta.
"Voi cinque scioperati laggiù!!! Si può sapere quale sia l'argomento di tanto contendere?" (Ok...più o meno...).
Al che si gira una bimba dagli occhioni blu che mi annienta con un sorrisone: "No è che la mia mamma e il mio papà non sono sposati....Non si decidono a sposarsi!".
E io: "Mi stai dicendo che è mezz'ora che disquisite di matrimonio?"
"Sì! Io e mia sorella siamo nate anche se la mia mamma e il mio papà non si decidono a sposarsi."
Parte un mormorio di solidarietà, che si interrompe quando da un altro gruppo si leva la voce del piccolo uomo di mondo: "E cosa vuol dire? Anche mia zia e mio zio non sono sposati e hanno un figlio. Basta che due vanno d'accordo fra di loro e i bambini nascono lo stesso! Mio cugino sta benissimo!".
Si leva, quindi, un coro di approvazione generale.
A mettere tutti al loro posto arriva il piccolo gigolò, che chiosa:"Ma sì!!! Chissenefrega di sposarsi!!!!!!".
Andate voi a Palazzo Madama a spiegare che sarebbe bastato chiedere a diciassette mostri di otto anni?!?!?!
martedì 29 marzo 2016
Dove sei?
"Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te
sono giorni che cammino senza meta
portandoti per mano
se anche torneremo uguali a prima non importa
se dovrò mandarmi in cenere
per ritornare a vivere."
Orfani ora
Vinicio Capossela
lunedì 28 marzo 2016
sabato 19 marzo 2016
Del festeggiare
Per l'articolo completo, qui:
http://www.ilgiorno.it/milano/festa-papa-asilo-1.1975163
La notizia è che in una Scuola dell'Infanzia comunale di Milano la festa del papà "è stata sostituita con una programmazione didattica dedicata alle diverse etnie".
L'articolo si limita a quattro fole in croce sulla vicenda, mentre si dilunga, invece, nel riportare gli accorati appelli di svariate teste pensanti, le quali riversano sulle colleghe indignazione e fiele, agganciando l'onda degli anti-ddl Cirinnà, mostrando con tutta evidenza di non sapere nulla di scuola e di parlare perchè l'aria da qualche parte deve pur uscire, e non vi è palesemente alcuna differenza di risultato fra emissioni dei vari orifizi. La ciliegina sulla torta, poi, la mette il fenomeno che scrive nei commenti di non voler mandare la figlia a scuola in tale occasione.
A nessuno è venuto il sospetto che la festa del papà, così come quella della mamma, possa venir "abolita", se proprio vogliamo usare questo termine, anche solo perchè un bambino ha perso o non ha mai conosciuto il genitore.
Capita ovunque, ogni anno, in ogni scuola del regno, dell'infanzia o primaria che sia.
Noi insegnanti abbiamo il compito di spiegare ai bambini il perchè si preferisca bypassare queste feste, che potrebbero evocare pensieri dolorosi in qualcuno di loro, incoraggiandoli a festeggiare a casa: conosco perfettamente l'ombra negli sguardi, quando sentono forte dentro di loro il dolore pur non avendolo vissuto in prima persona.
La questione viene compresa dai compagni di classe e nessuno, dico nessuno, immagina anche soltanto di protestare, anzi, si crea un clima di sostegno e di solidarietà meraviglioso: è il momento della magia, in cui la classe si compatta e diventa una potenza.
Poi mi imbatto in questa spazzatura e posso solo dire, ancora una volta, che provo schifo per tutte queste strumentalizzazioni, identiche a molte altre alle quali assistiamo ormai quotidianamente. Per un istante ho pensato di leggere l'articolo ai miei alunni, ma ho preferito evitare di farli sentire insultati dalle parole di questi genî.
Forse delle menti tanto ottuse non riescono a concepire il rispetto del lutto e della sensibilità dei bambini, cosa che, invece, tra bambini avviene senza problemi. Se la smettessero di usare la scuola per gratificare il loro bisogno narcisistico di pontificare a mezzo stampa farebbero un gran favore.
http://www.ilgiorno.it/milano/festa-papa-asilo-1.1975163
La notizia è che in una Scuola dell'Infanzia comunale di Milano la festa del papà "è stata sostituita con una programmazione didattica dedicata alle diverse etnie".
L'articolo si limita a quattro fole in croce sulla vicenda, mentre si dilunga, invece, nel riportare gli accorati appelli di svariate teste pensanti, le quali riversano sulle colleghe indignazione e fiele, agganciando l'onda degli anti-ddl Cirinnà, mostrando con tutta evidenza di non sapere nulla di scuola e di parlare perchè l'aria da qualche parte deve pur uscire, e non vi è palesemente alcuna differenza di risultato fra emissioni dei vari orifizi. La ciliegina sulla torta, poi, la mette il fenomeno che scrive nei commenti di non voler mandare la figlia a scuola in tale occasione.
A nessuno è venuto il sospetto che la festa del papà, così come quella della mamma, possa venir "abolita", se proprio vogliamo usare questo termine, anche solo perchè un bambino ha perso o non ha mai conosciuto il genitore.
Capita ovunque, ogni anno, in ogni scuola del regno, dell'infanzia o primaria che sia.
Noi insegnanti abbiamo il compito di spiegare ai bambini il perchè si preferisca bypassare queste feste, che potrebbero evocare pensieri dolorosi in qualcuno di loro, incoraggiandoli a festeggiare a casa: conosco perfettamente l'ombra negli sguardi, quando sentono forte dentro di loro il dolore pur non avendolo vissuto in prima persona.
La questione viene compresa dai compagni di classe e nessuno, dico nessuno, immagina anche soltanto di protestare, anzi, si crea un clima di sostegno e di solidarietà meraviglioso: è il momento della magia, in cui la classe si compatta e diventa una potenza.
Poi mi imbatto in questa spazzatura e posso solo dire, ancora una volta, che provo schifo per tutte queste strumentalizzazioni, identiche a molte altre alle quali assistiamo ormai quotidianamente. Per un istante ho pensato di leggere l'articolo ai miei alunni, ma ho preferito evitare di farli sentire insultati dalle parole di questi genî.
Forse delle menti tanto ottuse non riescono a concepire il rispetto del lutto e della sensibilità dei bambini, cosa che, invece, tra bambini avviene senza problemi. Se la smettessero di usare la scuola per gratificare il loro bisogno narcisistico di pontificare a mezzo stampa farebbero un gran favore.
domenica 8 novembre 2015
Truth
La verità è che forse ho passato un po' troppo la vita a
scappare, sottraendomi a tutte le situazioni che avrebbero potuto
rivelarsi fortemente sentimentali, poche se proprio vogliamo
precisare, dicendo a me stessa che avrebbe dovuto essere così,
perché sarebbero state solo soluzioni di comodo, biechi compromessi
per evitare la solitudine, che non potevano certo essere quella cosa
con la a , e ora, a ragion veduta, non posso darmi torto.
Me la canto e me la suono: avrei fatto meglio ad accettare qualcosa, ma, d'altro canto, penso che non lo fosse neppure per gli altri, altrimenti sarebbe stato forse più facile convincersene, anche perché credo che l'essere ricambiati, di per sé, sia un fortissimo incentivo ad amare.
Me la canto e me la suono: avrei fatto meglio ad accettare qualcosa, ma, d'altro canto, penso che non lo fosse neppure per gli altri, altrimenti sarebbe stato forse più facile convincersene, anche perché credo che l'essere ricambiati, di per sé, sia un fortissimo incentivo ad amare.
Con te non riesco, non posso, non
voglio andarmene.
Non c'è bisogno di chiedermi il
perché.
So che non mi sono sbagliata trent'anni
fa, anche se eravamo solo due bambini, so che non mi sono sbagliata
vent'anni fa, anche se avere le pigne in testa a volte non aiuta,
almeno, non me di certo.
Uno degli errori più grandi che io
abbia mai fatto è stato lasciarti passare tutte le altre volte.
Sentirti, poi, dire “Io ci ho sempre
creduto” ha avuto per me lo stesso effetto di una coltellata al
cuore.
Io voglio crederci ora.
Io ci credo.
Adesso lo so.
So che non mi sbaglio: lo so ed ho la
consapevolezza di chi, finalmente, ha il coraggio di dare un nome
alle cose.
Tre occasioni nella vita non capitano
per niente: a volte una è già tanto, ma tre...
Quest'ultima, poi, mi è piovuta addosso nel modo più assurdo immaginabile: non avrei potuto restare indifferente.
Quest'ultima, poi, mi è piovuta addosso nel modo più assurdo immaginabile: non avrei potuto restare indifferente.
Sarei stupida oltre ogni limite, se non
riconoscessi questa grazia.
Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.
Fernando Pessoa
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.
Fernando Pessoa
domenica 11 ottobre 2015
Pessimismo e fastidio
Una delle cose a cui tengo maggiormente
come insegnante è accostare i bambini ai libri, proponendo progetti
di animazione alla lettura, creando la biblioteca di classe,
mostrando, con l'esempio concreto, quanto sia bello leggere: per una
cresciuta in mezzo ai libri, non potrebbe essere altrimenti.
Con
orgoglio posso pensare alla mia edizione “storica” del Piccolo
Principe, sparita quando mi era venuta l'idea di condividerla con la
mia Quinta Perfetta: non è stata rubata, è solo passata nelle mani
giuste.
Ebbene, nella mia attuale
classe, che è mia dalla Prima, alla quale ho sottoposto il pacchetto
completo, comprensivo di consegne di libri per me da parte del
corriere direttamente a scuola, lasciando che i bambini possano
vedere i libri che acquisto, che mi facciano domande e che li
sfoglino, proprio in questa classe sta accadendo una cosa di cui mi
vergogno profondamente.
Sono arrivati in Terza, i piccoli
mostri, e sono stata costretta a creare un concorso a premi per chi
legge più libri: al raggiungimento di determinate soglie, 5 – 10 –
15 – 20 libri letti e relazionati in classe, verranno consegnati
loro degli attestati e dei piccoli premi.
Mi vergogno tantissimo di dover
ricorrere a questi mezzucci, di ridurre la lettura ad una logica da
supermercato, ma non sapevo veramente più cosa fare...
E pensare che a scuola sembra tutto a posto: adorano ascoltare storie, si lasciano incuriosire dai libri che vedono, si entusiasmano, chiedono a gran voce che si legga, si lasciano coinvolgere dall'animazione alla lettura, propongono di non lasciar leggere solo me, ma di farlo a turno anche loro... Ma... a casa?
Su diciassette, ho la collaborazione di un'unica
famiglia, che fa veramente cultura con i figli, mentre altre
due o tre si beano dell'emerito nulla, ritenendo di potersi vantare
di essere sommamente acculturate (e che culturona!!!), ma creano
solo, magari, è un esempio, la bimba perfetta esecutrice, con
l'ansia del mostrare tutto perfetto a casa, ma senza la benchè
minima volontà/capacità di approfondire, chè ciò che importa è
solo la superficie splendida splendente.
E il resto? Il resto è un florilegio
di “Cheppalle, dai svegliati a fare i compiti!”, “Non ti tengo
a casa anche se sei malato, altrimenti mi tocca stare qui a farti
recuperare!, “Muoviti a leggere 'sto libro, così ce lo togliamo
dai piedi!”, “Non posso farci niente, non vuole proprio
leggere/fare i compiti/studiare, cosa devo fare?! Non posso stare lì
a perdere tempo!”. Deprimente... Il libro della biblioteca viene visto come un compito in più, un'inutile aggiunta ai doveri quotidiani e così viene fatto vivere ai bambini.
Come si fa a promuovere la lettura in un quadro del genere?
Come si fa a promuovere la lettura in un quadro del genere?
Io sono veramente convinta che i bambini
imparino dall'esempio di chi li circonda, ma quando gli adulti di
riferimento sono così volgarmente vuoti e superficiali, incapaci di
trasmettere valori, mi cascano le braccia.
Vorrei dire in faccia a questi genitori
quanto male stanno facendo ai loro figli, ai quali stanno garantendo
delle vite fotocopia alle loro, vuote dal punto di vista culturale e
valoriale, ma gonfie di boria e di vanagloria, costruite sul nulla della loro insipienza, sul nulla di pretese di valutazioni altissime, perchè "Ah, mio figlio è bravissimo!". E forse è vero, il figlio è bravissimo tenuto conto dell'ambiente osceno in cui sta crescendo, ma, invece, no, non è bravissimo, non può esserlo, non lo sarà mai, se continua così, e se adesso non sembra, visto dal di fuori, ci rivedremo fra tre o quattro anni, quando andranno in giro a dire che è colpa delle maestre della primaria, che è colpa mia.
Vorrei far capire loro che il
sistematico boicottaggio di tutti i tentativi di tirar fuori i loro
figli da questi deserti non mi farà arrendere, perchè continuerò a
fare il mio lavoro nonostante loro.
Forse su diciassette (sedici: uno, per
fortuna è già sulla giusta via) bambini, ne strapperò solo due o
tre allo schifo, ma saranno pur sempre due o tre grandissime vittorie.
E quando un bimbo arriverà ancora a
dirmi: “La mamma non mi ha voluto comprare Cipì, perchè dice che
a casa non abbiamo posto per i libri..”, beh Cipì in quella casa
entrerà, di nuovo, a forza...
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